L’influenza che l’Egitto ebbe su questa terra risale già dalla fine del VIII-VI sec. a.C. quando si diffuse l’uso di
 deporre nelle tombe amuleti egiziani, quali scarabei e figurine di divinità, originali o anche di imitazione.

Le città portuali o in posizione nevralgica quali Napoli, Pozzuoli, Cuma, Ercolano, Pompei, ma anche
 Benevento, portano invece la testimonianza di un’altra fase estremamente interessante: la diffusione dei
 culti isiaci, i quali, a partire dal II sec. a.C. e per tutta l’epoca imperiale romana, influenzarono e
caratterizzarono in maniera significativa gli abitanti delle coste del Mediterraneo e successivamente dei
 cittadini di tutto l’Impero e degli Imperatori.

A questa fase risalgono, infatti, la costruzione di templi in stile ellenistico o egiziano dedicati a Iside e alle divinità della sua cerchia, l’importazione di monumenti e sculture faraoniche o tolemaiche direttamente dall’Egitto e la realizzazione locale di bassorilievi, sculture ed elementi architettonici in stile egiziano. Un esempio è la Statua del Nilo in Largo Corpo di Napoli.
La Napoli egizia coincide in buona parte con la storia del Vico degli Alessandrini e della regio nilensis, tra 
l’antica Porta Ventosa e il decumano inferiore (toponimi dell’antica Neapolis). Infatti, allora lungo l’attuale
via Nilo scorreva un torrentello che raccoglieva tutte le acque della collina sovrastante e che si divideva in
più rivoli, proprio a formare un piccolo delta, per poi buttarsi a mare dov’è oggi la sede dell’Università al
 Corso Umberto I.

Genti d’Egitto ed in particolare da Alessandria d’Egitto vennero sulle coste campane per i
commerci già dal III sec. a.C. e aumentarono assai di numero ai tempi di Nerone, poiché quell’imperatore,
godendo assai delle loro ben modulate adulazioni, ne fece venire molti altri: così formarono quasi una
piccola colonia, la regio nilensis. Di fronte alla statua, si suppone vi sia stato un tempio che gli alessandrini
 dedicarono a Iside. Ipotesi suffragata dall’epigrafe dedicata alla dea e ad Oro-Apollo e dal rinvenimento in 
loco, a dieci metri di profondità, di muri composti da grossi quadroni di tufo, tipica struttura degli edifici 
pubblici a Neapolis.

Nel pronao del tempio erano state sistemate molte tabelle votive, che attestavano le grazie ricevute dal nume, pratica dell’ex voto diffusissima ancora oggi a Napoli. Abbondavano soprattutto le grazie ricevute dai marinai scampati ai naufragi: la tratta Africa-Napoli era un’odissea e se ne accorse pure San Paolo, apostolo delle genti, che approdò a Pozzuoli scampando a mille tempeste e ad un naufragio a Malta.

Testimonianze archeologiche del culto isiaco misto di influenze locali sono ben visibili a Pozzuoli, Cuma,
 Benevento ma soprattutto lungo la costa napoletana ed in particolare ad Ercolano e a Pompei, dove in
 quest’ultima è conservato il tempio isiaco, attualmente, più antico ed integro mai ritrovato al mondo. Il Ttempio di Iside di Pompei ispirò Mozart, in visita insieme al padre dell’Italia giunse a Napoli, per la
 composizione del famoso Flauto Magico, opera di purificazione interiore assimilabile ai riti di espiazione 
isiaci.

Un rafforzamento della presenza dell’Egitto nel tessuto culturale e religioso napoletano lo possiamo 
notare nelle similitudini iconografiche delle processioni delle sacerdotesse di Iside e con i ‘fujenti’ in 
pellegrinaggio verso il Santuario della Madonna dell’Arco il lunedì in albis.